lunedì 22 dicembre 2014

Mezzamorta (incompiuto)


Sono venuta a mancare l'8 aprile di quest'anno e l'ultima immagine che conservo di me stessa da viva è quella in cui mi accascio sul lavandino guardandomi riflessa allo specchio nel vano gesto di aggrapparmi a quell'essere che ero. 
Sono caduta nella morte in una posizione particolarmente scomoda, incastrata tra il lavandino e la doccia, anfratto comune nei bagni moderni dove nel poco spazio a disposizione, spesso ricavato sottraendo centimetri ad altre stanze, si schierano gli arredi più intimi e di conforto primario. Il bagno, se ci fate caso, ė sempre l'ultima stanza citata negli annunci immobiliari o l'ultimo vano che vi viene mostrato quando l'ospite appena conosciuto ritiene d'obbligo trascinarvi nella celebrazione della dimora, menandovi dalla camera padronale a quella dei ragazzi, con una sosta nella cucina in venghè per terminare in un bagno senza finestra, con quella triste ventolina a confondere l'aria e l'immancabile lavatrice dimenticata in fondo, perché non si sapeva proprio dove metterla, così dice il nostro Cicerone domestico, lasciando intendere che il suo posizionamento è stato oggetto di studio e forse di qualche litigio in famiglia.
Tant'è, la mia vita è finita dove vi avrei lasciato entrare solo in caso di bisogno, luogo del pudore, il solo tempio rimasto per lo spirito d'occidente, in cui ci si chiude volontariamente lasciandosi il mondo alle spalle, a riprova di quanto la solitudine, in fondo, sia più un rimedio che una iattura.
Quell'ultima stanza si è quindi rivelata il luogo più giusto per il mio inatteso trapasso, in quello snodo di andata e ritorno dalla doppiezza a cui come tutti ero costretta, la vita pubblica che impone il reggiseno e quella privata che non vede l'ora di liberarsene, nello spazio di mezzo in cui si tralasciano le buone maniere per assistere alle volontà proprie del corpo, supremo nella sua alterità e autonomia. Siamo inermi di fronte alla superiorità del corpo, alla sua naturale predisposizione al comando e alla minaccia di rovinarci la vita per un banale mal di denti, e non facciamo altro, tutto il tempo, che cercare di sfuggirgli, perché l'infame, come lo chiamo io, invecchia, si ammala, e quasi sempre muore a tradimento.
Conoscevo un tale che soffriva di una forma tediosa di ipocondria, una forma silente, priva della platealità che spesso accompagna i malati immaginari. Il tale aveva eretto un altarino votivo alla malattia, accatastando in perfetto ordine una sequela ordinata di rimedi di farmacia, fitoterapia, ayurvedica e omeopatia, con la data di scadenza e la posologia evidenziate a pennarello indelebile. 
Sul muro aveva appeso le sue orazioni quotidiane contro la morte: per ogni sintomo una terapia con l'indicazione della dose, delle modalità di assunzione, a stomaco vuoto, a stomaco pieno, un giorno sì e uno no, e l'elenco ossessivo di controindicazioni ed effetti collaterali pericolosi a cui era associata, manco a dirlo, una pozione salva vita.  In quella dispensa di scongiuri si rivelava un pervicace dissenso, la ribellione manifesta contro lo strapotere della carne, e il fasto di quell'altare eretto alla provvidenza nascondeva, oltre alla paura, tutto l'odio di cui un umano può essere capace. 
Per quanto mi riguarda, l'odio aveva preso una direzione opposta e altrettanto estrema. Evitavo il medico, qualunque medico, come la peste, e specialmente la mia dottoressa, il cui studio era diventato un centro diurno per gli anziani del quartiere: frotte di vegliardi occupavano fin dal mattino la sala d'attesa  e  con la primavera si sparpagliavano nel piccolo giardino, panni stesi al pallido sole urbano, aspettandomi al varco come fossi un oltraggio ai loro acciacchi. 
E di fronte a quella muraglia di vecchiaia artificiale, quella natura imbalsamata a cui è stato cavato il nerbo, l'appetito per la fine, costretta a galleggiare in un quotidiano fittizio, cullata nell'assistenza geriatrica e distratta con i balli di gruppo, di fronte a quell'umanità del tutto superflua se non fosse per badare agli animali domestici o ai cuccioli umani quando manca la baby sitter, e avvertendone quell'intatta e pervicace volontà di resistere a sfregio della decenza, provavo il più acuto desiderio di morte, di morte vera, un sano crepare capace di azzerare il tempo e il suo girare intorno a vuoto.
Potessimo morire tutti, dicevo, immaginando di poter attrarre la morte ammansendola con preghiere da quattro soldi, dài, dicevo, uccidici tutti adesso, tu madre del senso e della poesia, grembo caldo dove tutto precipita, grande esclusa dalle nostre addomesticate esistenze, alza il tuo mantello traditore, soffia forte su queste povere candele e spegni i fuochi fatui, fa’ di noi un solo infinito e trionfale cimitero.
Così pregavo e, che vi piaccia o meno, ci sono situazioni in cui la morte è il solo soggetto vitale, quello più degno di realtà, il meno evoluto, immutabile al tempo e alle sue apparenze, capace di irrompere nella continuità, portando sulle ali colpi di scena e gran teatro all'imperturbabile chiacchiericcio d'anime laboriose, appese a una coscienza distratta e del tutto impreparata alla sua ingenua semplicità.
Tale e tanto era il disgusto che pervadeva gli ultimi anni del mio passaggio nel mondo, un che di amaro aveva invaso i sensi e, prima del gusto, quello della vista: vedevo amaro, incolore, ecco la parola esatta, e  mi difendevo dal guasto degli occhi a colpi di sarcasmo.
Dov'è la poesia mi chiedevo, dov'è il significato secondario, dov'e l'assenza se è tutto troppo pieno, dove sono finiti il lontano, la distanza, la perdita, in quale buco si è infilato il passato, offeso dalla cattiva usanza di fare sagre della memoria, feste del ricordo e delle ricorrenze, muovendoci prudenti sul bordo delle abitudini, mentre l'immaginario e il sogno lasciano per sempre le nostre rive così mortalmente confortevoli.
L'odio, l'odio, l'odio per tutti quegli innumerevoli rimedi, caterve di libri per qualunque problema, per il troppo e per il troppo poco, per smettere e per cominciare, per essere sicuri e per abbandonarsi, per vincere e per imparare a perdere, per fare giardinaggio, origami, taglio e cucito e tutto quel cucinare primi, secondi, antipasti e contorni, colazioni, dessert, dolci e conserve della nonna in un ossessione di cibo e diete dimagranti, diete disintossicanti e antiossidanti, creme antirughe, deodoranti e sorrisi smaglianti, bagni defatiganti, creme snellenti, guaine riducenti, ed è ovvio che sto cercando la rima, ma è una rima che in fondo non suona.
 L’estinzione della specie sembrava la soluzione migliore. Almeno avrebbe digiunato.
E invece sono morta io.
Ma non del tutto.




A questo punto sono, come suol dirsi, a un bivio letterario, uno snodo della storia, e la scelta su come procedere e in quale direzione andare non è indifferente.
Nella condizione in cui sono, credetemi, non cambia molto, sono ancora saldamente in sella al continuum, a parte quel punto esatto nel mio tempo in cui sono morta a metà.
 Vorrei in ogni caso sgombrare il campo da fantasie banali, sono tutt'affatto spirituale anche se incorporea e benché non del tutto morta sono men che meno viva, e non si tratta di una via di mezzo che in natura non esiste.
Sarebbe per me molto deludente se vi abbandonaste a fantasie da supermercato, riducendomi a uno zombie, a un fantasma, a un vampiro, a un lupo mannaro, spingendovi a cattiverie che non merito e che non vi fanno onore.
Quelle sono costruzioni di un inconscio annoiato.
Per capire, o meglio per immaginare la mia condizione, ci vuole sangue freddo, apertura alla novità, forse un residuo di istinto.
È che nel mio caso la morte ha abortito, ha fatto cilecca, e benchè la mia non sia una condizione invidiabile, presenta alcuni vantaggi ponendomi in una dimensione di parziale estraneità, una sorta di transitorietà ancora presente, anche se a scadenza.
Quando morirete, morirà solo l'ultimo degli innumerevoli esseri che siete stati, attimo dopo attimo, in quella metamorfosi che vi ha trasfigurato negli anni dalla culla alla tomba.
Che ne è stato di voi stessi e medesimi perduti? Sono un alone, il fiato che rimane su un vetro bagnato, sono un impronta che non se ne va, un odore persistente,  Il negativo  di una fotografia, l'eco della vostra vita.
Ecco. 
Questo mi è successo. 
Sono puro eco di me stessa.




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