mercoledì 9 febbraio 2011

I ROM non sono cose (2007)


Con l’effetto sorpresa tipico delle blitzkrieg, in pochi mesi la prefettura di Roma ha dato il via e ha portato efficientemente a termine gli sgomberi dei campi nomadi di Tor Pagnotta, via Scalo Tiburtino, Aniene, Tor Cervara, Ponte Mammolo, via dell’Imbrecciata, Castel di Guido e Saxa Rubra, Campo Boario, Villa Troili. Luoghi di baracche e container vetusti e inclini all’incendio, luoghi di stoccaggio di esseri umani trattati come bestie di uno zoo dismesso, di un circo in disuso, recinti abusivi per cani allo sbando.
Centinaia di uomini, donne, vecchi e bambini sono stati sgomberati come cose da buttare, allontanati a forza di ruspe e ordinanze, gettati per sempre e il più lontano possibile, non importa dove purché in quel lontano astratto e solo immaginato dalle Istituzioni piegate nell’affanno di rendere ordinata e pulita la nostra città. Le ruspe del Comune hanno rivoltato nel fango i diritti umani più elementari per fare parchi giochi, parcheggi o semplicemente per zittire i lamenti dei quartieri periferici che nel degrado di quei campi hanno proiettato il sentimento rancoroso di vedere se stessi ai margini, dimenticati al confine dell’incuria politica. Nelle dichiarazioni della giunta Veltroni si assicura che le “cose sgomberate” sono state sottratte al degrado e al disagio, disegnando per questo materiale umano di risulta un progetto di delocalizzazione articolata sulle province. 175 unità movimentate in ciascuna provincia del Lazio che prontamente hanno rifiutato la disponibilità a siti di discarica perché con i nomadi non si guadagna, trattandosi di materiale avverso alla normodegradabilità e, per di più, non reciclabile. Perché lo zingaro, usando il sostantivo appena sussurrato con cui si da forma al razzismo diffuso, resiste. Dal 1400 la popolazione Rom e Sinti vive in Europa e adattandosi progressivamente all’impossibilità di fuga, sottomessa ad una regolazione normativa finalizzata alla pulizia etnica per assimilazione, ha rinunciato al nomadismo, all’attraversamento temporaneo dei territori, sistemandosi nel limbo metropolitano, dove l’urbanistica ha da sempre collocato i manicomi, le carceri, i punti di snodo delle tangenziali. Lì vivono gli zingari e i bambini, spesso nati in Italia, ogni mattina vengono caricati sui pulmini del Comune per la frequenza scolastica per poi, al compimento del diciottesimo anno essere mandati nei Cpt perché nessuno, nel frattempo, gli ha riconosciuto il permesso di restare come cittadini, come persone. E in questi giorni ci si appella all’insostenibilità, all’”emergenza Rom”, avendo questi ormai raggiunto la spropositata quota di 20.000 unità a Roma. Facendo due conti è come se ciascun cittadino portasse addosso lo 0,006 di unità di Rom. L’insostenibilità è evidentemente nei numeri. Per questo il silenzio è calato sulla vicenda e gran parte dei giornali si limitano a registrare sommessi gli eventi, accettando il ripiego di fare il verso ai declami istituzionali. Per questo la Sinistra, di cui si è perso traccia come un oggetto risucchiato nel metafisico linguistico, non ne parla, non si indigna, non va in piazza. Per questo gli sgomberi continueranno, le cose senza luogo si sparpaglieranno in altri avanzi di spazio, a mano a mano che la città si aprirà verso nuove distanze fatte di ponti, cimiteri e accampamenti di fantasmi.
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