venerdì 17 febbraio 2012

Malattia identitaria


Il dibattito sulla cultura identitaria della sinistra, quell'ambito politico che riflette a partire dalla rappresentazione di sé, sembra essere la conseguenza più negativa di un abbandono del campo di significati che costellano il comune, ciò che autenticamente fonda l'appartenenza.
Gli ordini con cui il liberismo e il riformismo (quello di sinistra) dividono e declinano gli individui e le loro relazioni in identità classificabili e riconoscibili, tra cui quelle dei consumatori, dei lavoratori, dei risparmiatori, degli imprenditori, della gente del nord e di quella del sud, degli italiani e degli immigrati, si rappresenta speculare alla spasmodica ricerca di un approdo dopo il naufragio delle idee.
La questione della difesa dei lavoratori ha mancato l'osservazione della condizione esistenziale nel Lavoro, lasciando che l'agitazione intorno alle necessità imposte dal sistema globalizzato avesse la meglio sulla debolezza delle nostre posizioni, avendo per primi abbandonato la finalità unificante della prima persona plurale.
E che dire dei pacifisti, degli ambientalisti, dei non violenti ma non del tutto pacifisti, dell'ossessione per la cultura della differenza relativamente al genere, all'orientamento sessuale, ai diversi femminismi, in una pervicace dissociazione che, pur di determinarsi,  ha perso tutte le occasioni per coniugarsi nel Noi.
Le identità che nella rappresentazione positiva di se stessi diventano le "anime plurali della sinistra" e che certamente potevano vivificare l'indirizzo politico, si sono progressivamente ridotte ad una individuazione schizoide e perciò fatalmente separata dal tutto, dando un luogo alle politiche dell'orto e del cortile.
Penso (nel fatale riflessivo del pensare) che l'identità presenti caratteristiche inconciliabili al plurale, inizia e si compie nel proprio intorno e ha il solo vantaggio di consolare nella conferma di un linguaggio che diventa gergo di pochi, incapace di considerare gli aspetti mortiferi del suo movimento.
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