martedì 17 novembre 2009

Proust e il portinaio

La vita si è infilata nei dettagli.
Questo è avvenuto a partire da Proust che solo per altri versi dovremmo ringraziare.
Quali versi? Quegli altri, ovviamente. Per farti capire: stavo scrivendo della vita che si infila, questo pensiero mi è venuto in macchina, prima, solo poco fa, dopo che avevo visto il portinaio, non so forse si dice portiere, e mi è venuto un gran disagio. Io ogni volta che lo vedo mi viene su una sorta di irritazione, vedi ho detto mi viene su, non ho detto provo o sento, forse è solo un errore di stile, ma intanto, a proposito di stile, subito dopo la parola disagio, ho dovuto sottrarmi ai suggerimenti informatici, che sono dettagli a loro modo dispendiosi, mollando una sberla all’antivirus che ad ogni piè sospinto, senti come suona bene sospinto, be’ dicevo ad ogni piè sospinto mi avverte di un attacco esterno, e poi ho dovuto zittire, letteralmente certo no, ma è come se, zittire dicevo il correttore ortografico e di stile, decliccando 20 flag messi a guardia, come una falange spartana sul dirupo delle Termopili, delle espressioni da evitare, delle frasi lunghe, della mancanza di leggibilità, delle forme della lingua parlata, delle parole brutte, di quelle ridondanti, dei paroloni, si c’è un flag anche per segnalare i paroloni, non mi chiedere come fa a distinguerli, forse se finisce in one allora il programma capisce che è un parolone, e per finire dell’uso errato, genericamente errato si intende, e del dialetto. Appena ho cominciato a scriverti dell’infilarsi nei dettagli e di Proust, che non era male come collegamento, almeno nelle intenzioni, per cadere un attimo sul portiere e sul disagio correlato, eccomi costretta a difendermi dall’applicativo di videoscrittura che allegramente se ne frega di Proust.
Poi uno dice che è disorientato.
Ti stavo dicendo del portiere o del portinaio, è una questione di suoni, scrivere è quasi sempre una questione di suoni, si fa musica nonostante tutto, per cui fra iere e naio cambia la melodia. Ci sono parole fredde, portiere è una di queste, parola da cui si è cavato il giudizio e anche il sentimento, se l’è mangiato come una pedina a dama, o se vuoi ha negato tutti gli altri sensi, soprattutto quelli volgari fatti dal popolo in secoli di tentativi, messi al mondo sulla schiena del portinaio. E’ la stessa differenza che c’è tra verduriere e verduraio, il linguaggio contemporaneo ha privilegiato la professione, ha demolito il mestiere che era un modo di non trascurare l’esistenza che ci stava sotto, e che anche ad uno sguardo poco attento si intravedeva nel modo di mettere le mani dietro la schiena ad aspettare al varco la giornata che non passa, mentre passano tutti gli altri, gli inquilini e i condomini, le stagioni appena fuori dal portone, e l’odore di cipolla fritta che impunito si infila in ascensore insieme al profumo della signora Rossi del secondo piano che sicuramente fa le corna al marito. Il mondo è molto più divertente se lo vedi dal punto di vista del portinaio, una rivelazione a cui mi sono aggrappata stamattina guardando il creato come un pipistrello scampato alla sventura della troppa luce.
Scrivo come una pazza eh?
Si, ma è Proust che ha iniziato se ti basta come attenuante presuntuosa, e ne siamo stati così sconvolti da mettere nei nostri programmi informatici tutti i sostegni e gli appigli per evitare lui e tutta l’insostenibile certezza dell’impossibilità, da quel momento in poi, di raccontare alcunché. Da quando Quello, si QuelloQuello, ha detto che Dio è morto, come un fiume in piena si è portato via anche le storie, quelle con un inizio e una fine, stelle raggruppate da linee immaginarie a fare forme compiute, il carro e le pleiadi, che se ti sbagli l’universo diventa illeggibile, come d’altronde è nelle attese se si vuole dare senso alla morte dell’Altissimo. Si anche Joyce, anche Joyce. Guarda potrebbe essere Joyce ad essersi adeguato per primo a Quello, non ha molta importanza individuare il primato della causa visto la brutta fine che ha fatto la Metafisica cercando di scappare alle inevitabili conseguenze preannunciate da Quello.
La questione, se mai, sta tutta in quel Da quel momento in poi.
Un conto è dire nel 1812 il giorno 19 di febbraio, un altro è affidarsi, costretti ovviamente, all’indeterminatezza di un gerundio, di un perdurare che ha avuto inizio in un momento qualunque. Se ci pensi bene ha la stessa portata del meteorite che è caduto sulla terra nel Giurassico (trovo che giurassico sia una parola magnifica) con la mutazione della specie in Sapiens Sapiens Indeterminātus in cui è la prospettiva vaga, vaga quanto basta, ad accogliere i destini dei sopravvissuti al disastro.
Per questo non ci capiamo più nulla, e questo va detto con l’orgoglio dei malcapitati a cui non rimane altro che una profezia come peccato originale.

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