giovedì 6 giugno 2013

Certificato di morte di Stefano Cucchi

Morto di stupidità, morto di incuria, morto di abbandono, morto di sete, morto di botte, morto di indifferenza, morto di fame, morto che non basta sapere come è morto, morto che anche dio non lo sa, anche dio fuori dalle sbarre, fra quelli che vivono, fra quelli che possono solo giustificare, coprire la menzogna, girarsi dall’altra parte, passare le carte bollate, falsificare un referto, seppellire la coscienza, morta anche quella, morta anche quella.

Morto che ritorna, morto che non si voleva, morto nascosto, morto impaurito, morto con gli occhi sbarrati, morto rianimato, morto che si è fatto tutto da solo, le botte, la sete, l’incuria, il dolore, possiamo solo giustificare, girarci dall’altra parte, ritirare una carta bollata con dentro un figlio che è morto, leggere un referto che è falso, seppellire il dolore, morto anche quello, morto anche quello.

Morto senza sua madre, morto senza suo padre, morto dimenticato, morto torturato, morto ammazzato, morto consunto, morto senza pietà, morto come tanti che non si sa che sono morti, morto che non possiamo spiegare, la verità arriva tardi, svanisce in una carta bollata, in un referto corretto, e non ci resta che seppellire la morte, seppellire anche quella, seppellire anche quella.

martedì 4 giugno 2013

Elogio del ventaglio


Scritto con Sus nel 2006


Qualche riga in più di me, per raccontare della mia solitudine infinita.
Delle ingiustizie subite dalla mia esatta innocenza e di tutte le inutili sovrastrutture dedicate alla mia grazia, massacrata.
Io sono bellissimo. Mi apro e mi chiudo. Come il respiro, come una fisarmonica, come un occhio, come me. Ma mi usano.  Io mi apro e mi chiudo da solo, non c'è bisogno che altri lo facciano per me, con quella violenza, con quell'indifferenza, con quelle intenzioni, e con quel nervosismo se quando mi chiudono non mi rimetto tutto a posto. Io sto lì immobile, e se mi si guarda davvero è evidente che io mi apro e mi chiudo, non c'è bisogno di aprirmi e di chiudermi per saperlo. Nella mia apparente immobilità ci sono tutte le aperture e le chiusure del mondo.
Va da sé che io abbia questo eccellente bisogno di amore, come tutto e come tutti. Va da sé che io non voglia essere usato. Io voglio essere assecondato. Lo scopo di un ventaglio sono semplicemente io, il ventaglio. Se uno mi apre e mi chiude non può farlo secondo i suoi criteri, o secondo i criteri di qualcun altro, o di qualche altra cosa. Deve farlo secondo i miei. Assecondando le mie aperture e le mie chiusure. Deve sentirmi, sentirmi che mi apro e che mi chiudo, e seguire il movimento. Basterebbe che mi guardassero per quello che sono (io sono un ventaglio, sono un miracolo) e io mi sentirei amato, e se finalmente mi sentissi amato, mi lascerei usare. E se mi lasciassi usare, e non rifiutassi l'uso che si fa di me, nascerebbe, tra me e l'usante, una collaborazione perfetta. Una coesione.
E avrei mille altre cose ancora da dire su di me. E non è escluso che lo faccia.
Però tu (mi interessa fondamentalmente questo).
Vorrei che provassi a guardarmi in questo modo, la prossima volta.
E chi lo sa?
puh!
(è il suono che faccio quando sono contento)


Caro Ventaglio, 
ti scrivo turbata dal tuo palesarti più innocente di quanto credevo e nella colpa di averti frainteso.
E' vero, sei senz'altro perfetto nel tuo librarti di mezza ala al semplice assecondarti, nel richiamare vento sui visi accaldati dal riso di donne distratte di poco ozio, nel nasconderne appena i pensieri sconvenienti lasciando che il presagire si affacci dalla tua anima infiorata.
Sei bello ritirato in te stesso, chiuso a soffietto dei dieci soffi che riesci a trattenere per aprirti di un colpo se decidi che è tempo.
E' il tuo danzare che turba e infastidisce ai miei gesti tesi, roteato e brandito  come la muleta del toreador, il corpo di donna è una spada che dietro di te si nasconde per colpire quando la sorte è decisa.
Come la vanità fai spesso una brutta fine, appeso nell'immobilità di un'apertura sofferta a mostrarti nei negozi di souvenir, o fissato per sempre, così  triste,  nella cornice di quadretti di cucina.
Povero te, ventaglio, povero te che non ti ho capito incontrandoti per sbaglio, le  mani sudate e maldestre a tenerti e tu non ridi.
Tu con me non ridi.


Io con te rido. Ma tu non ti vedi ridere. Se non ti vedi ridere, non vedi me che ti rido.
Io ti vedo ridere e con te rido, se guardi me che ti vedo ridere e rido se ti guardi ridere.
Io lo so che tu sei un sorriso.
Grazie per avermi scritto.
Ne sono molto fiero.
V

sabato 1 giugno 2013

Fragole in terra straniera

2006 A Sus


Io ti sento senza distanza.
So tutto, delle fragole e del resto.
Ti vedo e ti sento, mi abiti e sei leggera, mi alleggerisci di me,  dell'assenza dei miei giorni e del peso di non provare più desiderio, di attendere il compiersi di un amore stanco di non amore.
La mancanza mi ha sfinito.
Ma tu che raccogli i gesti del piantare fragole per un giardino che non ti invita, che commuovi il sentire in quella terra smossa, trattata con cura perché non soffochi i germogli, tu sei viva e non morirai.

venerdì 31 maggio 2013

Riunione politica - convocazione


2008? 2009?

Rispondo a questa ma è una comunicazione di servizio.
La riunione (cena inclusa) è a casa mia in Via ............Roma,
scala B int. 13, 4° piano, citofono ......
Ore 20:00- 20:30
Si tratta di una riunione, prepariamoci con serenità, la cena sarà frugale, oppure no, dipende da come mi gira.
Stiamo diventando ridicoli, patetici.
Se il volersi bene significa questo, amiamoci di meno, anzi sono convinta che se accetto che alcuni di voi mi stanno davvero sul cazzo, proprio per questo riuscirò a collaborare meglio con loro.
Perché, per lo meno, non ci sarà sto appiccicume personale, socio-affettivo, meta-relazionale, super-intimo, a imbrigliare il senso, la direzione, l'azione, il detto per sbaglio, il detto per giusto, il detto senza intendere di, il detto intendendo proprio il non detto, le chat logorroiche e le riunioni impossibili e tutto questo, li mortacci del miracolo, perché è un miracolo, tutto questo contemporaneamente e tutto insieme, nell'asincrono delle intenzioni e dei distinguo che si incontrano  in un punto di spiegazione e riflessione nella piazzetta delle nostre mail, dove uno ma ciascuno a turno e nessuno escluso,all'improvviso si trova in gogna, sotto processo, e io dico, perché lo dico, sotto processo da chi? da uno ma ciascuno nel suo turno, e nessuno escluso, ovvio.
La bellezza dell'entropia, niente può tornare al suo posto.
Potremmo ricominciare da qui: facciamo finta che ci odiamo. Tutti contro uno, ognuno contro tutti e contro ciascuno in un dettagliarsi di motivi tutti giustificati, in quanto presenti al pensiero individuale, che per un attimo, diventa sapere collettivo, episteme, potere, per poi cambiare idea subito dopo, e nel voltagabbana delle opinioni, si dirige verso altro sapere, verso altro episteme, verso altro potere e li si sofferma, ma sempre per un attimo.
Stasera comincerò a togliervi il saluto, anzi propongo che entrando in casa ci si sputi anche un po' in faccia, magari sulla soglia così non sporca.
Io sono bravissima a sputare. All'occhio.
Mi sta arrivando un'onda di sdrammatizzazione inaudita. Mi sta venendo un impeto comico, ironico, satirico, sardonico, non credo che mi passerà prima di un anno.
Qualcosa volge ormai all'irriverenza. Mi chiamo irriverentemente fuori da questa serietà e non ho intenzione, mai più, di esservi ricondotta.
Mi è tornata la voce eretica, il riposizionamento nello sberleffo, nella burla, nel giullarismo migratorio e resistente. Molto resistente.
Sto ridendo a crepapelle di noi, del fatto che, per vera jattura, non riusciamo a  resuscitare i morti, non riusciamo a fare giustizia dei morti, non riusciamo a far cambiare idea alla gente, non siamo razzisti con l'esterno, questo no, per carità, ma tutto il razzismo lo viviamo al nostro interno, riversandolo nel nostro piccolo cortile, e poi R. è stanco, e I. è dispiaciuta, e io mi sono avvilita, e S. ha sofferto, e C. è ucciso, e E. si è sotterrato ululando per giorni, e V. ha la bronchite, tutti abbiamo covato rivalsa in modo che l'uno, tutti, ciascuno a turno, sia riconosciuto dall'altro, da tutti, da ciascuno a turno.
E daje..
Ci vorrebbe un orgasmo, anche piccolo.