martedì 6 ottobre 2009

Curriculum Vitae: con chi ho studiato

<“Non so voi altri, signori ateniesi, sotto che effetto siate per via dei miei accusatori. So che io – si, io – ancora un poco e smarrivo il senso di me stesso, sotto quell’effetto. Troppo convincenti quei discorsi. Pensare che di vero – e basta dire questo – non hanno raccontato una parola. C’è un punto in quel mucchio di fandonie che m’ha strabiliato, quando vi ripetevano che dovete stare all’erta, a non farvi mettere nel sacco da me: sì, perché sarei un mostro di bravura, con le parole, io. Vedete, neanche un po’ di pudore hanno avuto, del fatto che saranno sbugiardati da me, concretamente, appena si chiarisca che non sono quel mostro di bravura. E questo è il fondo dell’impudenza loro, a mio vedere. A meno che per quella gente << mostro di bravura>> non significhi uno che racconta sempre il vero. Beh, se intendono questo, ammetterei anche io, nel mio piccolo, d’essere bravo parlatore: ma non nel loro stile. Ad ogni modo quella gente, ve l’assicuro io, di vero ha raccontato poco o nulla. Da me, da me ascolterete la nuda verità, ah per Dio, signori ateniesi, non sermoni imbellettati, come i loro, di espressioni e di fraseggi, tutti fregi e figure. Ascolterete ragionamenti in libertà, con le espressioni più correnti: ho la coscienza di raccontare cose rette, io. E nessuno in mezzo a voi s’illuda di sentire altro. No. Non sarebbe bello davvero, signori, presentarmi a voi e, con l’età che ho, sbozzare discorsi come un principiante. Per concludere, signori ateniesi, debbo chiedervi di farmi questa concessione: se sentirete che la mia difesa è nello stesso stile di parole che uso conversando, tutti i giorni, in piazza grande, all’ombra delle bancarelle, dove molti di voi m’hanno ascoltato, e in altri posti, non meravigliatevi di questo, non v’agitate.
Ecco il punto: oggi, io, sono entrato in un’aula di giustizia per la prima volta, e ho settant’anni buoni. Dunque è semplice: mi sento spaesato nel linguaggio in uso qui. Come se, nella realtà, fossi uomo di un altro paese: penso che avreste indulgenza se mi esprimessi nel dialetto, nei giri di frase del mio ambiente nativo. Faccio a voi una preghiera che mi pare onesta: lasciate perdere il modo con cui dico le cose – pessimo, eccelso che sia, non so, - concentratevi su un punto, coscienziosamente, cioè se dico cose rette o no. E’ la qualità di un giudice, questa, non c’è dubbio: di chi parla in pubblico, invece, è dire sempre il vero.”

Fonte: Platone, (a cura di Ezio Savino), Simposio, Apologia di Socrate, Critone, Fedone, 1987, Arnoldo Mondatori Editore s.p.a, Milano – Il frammento è tratto dal capitolo I dell’Apologia di Socrate, pagg. 159-161

Per la cronaca Socrate è nato nel 469 a.c., Platone è suo discepolo; anche io sono sua discepola, con poco profitto certamente.
Quindi quando mi chiedono, Con chi hai studiato? Con Socrate rispondo, Socrate mi ha insegnato a pensare, a stare zitta, a sentirmi stupida, a imbarazzarmi dei miei cattivi pensieri, e a volte, a ritrovarli puri, intatti, belli. Tutto questo a distanza di 2500 anni, ma davvero non abbiamo avuto problemi.
Per questo, se volete, mi permetto di promuoverlo come professore, per il tramite di Platone (Atene, 428 – 347 a. c.), ovviamente, un brano per volta, senza paura, è troppo chiaro, questo è il suo difetto, non ci sono scappatoie né pertugi dove ripararsi, ma, vi assicuro, non fa mai freddo.
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