martedì 6 ottobre 2009

Noi e Pasolini


Pasolini eats chocolate - La foto è scaricabile dal sito www.flickr.com - archivio di Dannrayv







(scritto nel 2005 - mese perso nella notte - Risposta ad un articolo di Fulvio Abbate sull'Unità dal titolo "L'eredità dispersa")



Ho 40 anni e come molti inermi della mia generazione, ho vissuto Pasolini attraverso un’intermediazione distorta, operata dalla cultura del nostro tempo che lo ha sempre descritto per sottrazione, filtrando dalla sua vastità e dalla sua grandezza di uomo e di intellettuale, solo quello che poteva ricadere in un accogliente forma di pregiudizio o al più di classificazione, che ne è la forma più ipocrita.
Per amore della verità, i suoi libri più noti (Ragazzi di vita, Una gioventù violenta, ecc..) albergavano in alcuni scaffali della libreria della mia famiglia e le istanze politiche che hanno caratterizzato il suo pensiero, hanno contribuito fortemente alla formazione culturale di mio padre e, per luce riflessa, della mia.
Nonostante mi fosse data la possibilità di un accesso privilegiato, Pasolini veniva accolto nel mio immaginario come cantore della marginalità, di una violenza e ingiustizia senza rimedio e tale connotazione emotiva induceva, all’intimità di adolescente borghese, l’istinto alla fuga. La generazione che ci ha preceduto ha avuto così terrore dei suoi padri, responsabili degli orrori del novecento, da negare ai suoi figli la previsione, la consapevolezza, la capacità di istinto e il timore di una ripetizione che, invero, sembra essere il nostro destino.
Ho incontrato Pasolini soltanto l’estate di due anni fa, davanti al mare, attraverso la grazia di Enrico che gli ha prestato la voce leggendo per me alcuni frammenti tratti dai Dialoghi. Ogni sera al tramonto il libro passava di mano, ci scambiavamo la voce e, davvero, non abbiamo mai smesso.
Ho incontrato il suo lato più intimo, sebbene prestato nella pubblica piazza al responso, come una Sibilla Cumana, uno sciamano a cui la moltitudine accorre per implorare, per adorare o per maledire.
Pasolini mi commuove e davvero non ho altre parole. Suscita in me umanità che è insieme accettazione della miseria e della meraviglia, che mi conduce ad accogliere un uomo venuto a rompere i miei schemi sul nulla, a liberarmi dalla stupidità.
Credo che tutti noi, senza saperlo, si stia attraversando l’esperienza di un lutto profondo, un dolore muto che non ha accesso alla coscienza, non solo perché è morto, non solo perché ce lo hanno strappato, ma perché nessuno ha avuto la forza, il coraggio, la possibilità intellettuale di raccontarci chi era.
Pasolini è morto tante volte nella sua vita, è morto perché diverso, perché inaccettabile dai nemici e non compreso dagli amici. Prima di morire sotto le spranghe, è morto nel chiacchiericcio dei salotti della sinistra, e prima ancora nell’intimità, spesso formale, dei nostri salotti famigliari in cui la diversità si fa sussurro e la tolleranza è spesso un approdo sofferto e, per questo, segno di una presunta superiorità.
E per quanto riguarda la sua eredità, essa sarà negata più che dispersa, fino a quando non avremo il coraggio di dire quanto ci manca, quanto mancherà alle nostre vite, se non sapremo accoglierlo, finalmente, nelle nostre stanze più in ombra, nel mondo di sotto, mondo cui lui, instancabilmente, ha sempre parlato.



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