lunedì 5 ottobre 2009

Lettera aperta al direttore di un quotidiano di sinistra

(Aprile 2008)
Caro Direttore,
poiché saremo tutti impegnati a comprendere i motivi della sconfitta, conseguenza inattesa di un abbandono massivo dell’elettorato storico, potrebbe essere funzionale considerare un oggetto eccentrico, ovvero le ragioni di chi per la prima volta ha votato la famigerata Sinistra radicale.
Cresciuta in una famiglia impegnata nella costruzione di un progetto facilitato dalla spinta propulsiva del dopoguerra, padre imprenditore e Comunista, madre cattolica e per condizione culturale impossibilitata a superare la sudditanza del ruolo femminile, entrambi cresciuti in famiglie piccolo borghesi, di profilo para-qualunquista quella paterna, e democristiana quella materna, ho imparato ad accettare contraddizioni apparentemente insuperabili.
Invero la contraddizione si è risolta da sé: nell’assumere la responsabilità figliale della loro prospettiva, ho introiettato i valori comuni, ovvero quelli del lavoro, dell’indipendenza e della solidarietà che, via via, confluivano nel PCI, nel PDS e nei DS, disponendomi ad una progressiva resa culturale, almeno fino a quando la degradazione dei principi politici che ne fondavano il senso e la direzione, non è apparsa in tutta la sua attuale estraneità.
Nel 2007 ho seguito Fabio Mussi e Sinistra Democratica in adesione sentita al rifiuto del riformismo che aveva definitivamente eroso l’amore per il mio partito d’origine. Il lutto è parola consona a descrivere quel passaggio che, tuttavia, ancora manca di un approdo compiuto e in cui il sentimento di appartenenza si renda vivo.
In questi anni l’identificazione con la sinistra, con le sue idee di giustizia sociale, di equità, di rivoluzione di un modello economico e sociale votato totalmente al mercato e che ha escluso l’intelligenza della politica nel servire la comunità, ha presentato aree di profonda inconciliabilità laddove, nel contempo, il riformismo integralista ha chiesto tempo, ha rimandato, ha proposto palliativi e compromessi che nel loro perdurare hanno via via sottratto anche la possibilità del rendersi conto della sventura.
Contestualmente la fisiologica dinamica reattiva messa in campo dai diversi soggetti della Sinistra, dagli innumerevoli e forse non così tanto vivificanti movimenti, ha spinto la struttura portante dei valori progressisti nell’alveo della radicalità, che è l’esito di uno spostamento nell’area dell’Altro da sé, di ciò che non può appartenere alla comunità perché a sua volta ha rinunciato a dinamiche di appartenenza e di comprensione. Mentre il PCI era la casa di tutti, la Sinistra è residuo, ciò che rimane, l’esito di un processo metabolico socio-culturale.
In questo clima una come me che non è operaia, non è ultima, non è emarginata, che non conosce la lotta di classe, che non è cresciuta nel conflitto sociale, ha potuto appellarsi solo alla memoria per pensarsi e agire in termini di sinistra. E il tentare di non tradire questo appello interiore dal sapore ultimativo e perciò chiuso nel proprio senso, ha avuto in cambio solo la proposta degli innumerevoli frammenti in cui si specchia la nostra Sinistra divisa, persa nei molteplici distinguo, incapace di una visione unificante per proporsi nel conflitto di dettaglio e perciò fine a se stesso.
Eppure vi ho votato e molti come me o lo avrebbero fatto, con forza, se solo il PDCI avesse smesso di discutere insulsamente sulla falce e martello che ha perso la forza vivificante del simbolo per ridursi a segno, a marchio di mercato agitato da chi vuole avere sempre ragione. E altri lo avebbero fatto se solo Sinistra Democratica avesse deciso senza tentennamenti di confluire prima, dando senso ad un gesto coraggioso. La Sinistra non è morta, solo che è stanca di essere una Cosa Rossa.
Posta un commento