mercoledì 7 ottobre 2009

Delirio di tutt_



Foto: giancolombopierpaolopasoliniballaconannamagnanimostrake9.jpg


13 febbraio 2007
Ho un problema che non dovrei sottoporvi adesso considerato il numero dei fronti aperti alla battaglia.
Tuttavia (il tuttavia è invero salottiero, infatti è la Arendt che ne fa un uso smodato) non posso esimermi dal criticare l’abitudine in cui il mondo è caduto (meglio scivolato) di considerare linguisticamente la differenza di genere come principio guida della buona comunicazione sociale.
Nell’illustrarvi lo stato di disagio in cui verso ogni volta io senta, legga o financo presagisca la tragedia del tentativo di comprendere il tutto sociale nel raddoppiarsi del genere (che sempre sociale è, in quanto categoria, classe e conseguente classificazione), cercherò di essere il più chiara possibile acciocché, se mai, non si debba più tornare sull’argomento. Si rende evidente, anche nel senso dell’imprudenza che a volte accompagna il rendersi palese di qualcosa, il ricorso continuo, formale e manierista, in ogni parola sospinta fuori a calci a far parte del mondo, (mentre lei, dico la parola, se ne stava al caldo, sotto le coperte della scarsità di pensiero non avvertendo alcuna evidente necessità di essere testimonianza di alcunché), alla differenza di genere nella comunicazione sociale.
E’ un continuo, nel senso di sistematico, continuativo, progressivo, ripetitivo, incessante, insistente e ormai reso stabile dall’abitudine, affacciarsi del “cari qui e care lì”, “care bambine e cari bambini”, “Gentili ministri e Gentili ministre”, con il conseguente occorrere (nel senso di incespicare, incappare, cadere) di storture grammaticali le cui prime vittime sono gli aggettivi i quali, in alcuni casi, si pluralizzano al maschile e che, almeno per coerenza formale, dovrebbero essere “rigenerati” rispetto al sostantivo di genere a cui si accompagnano.
Da ciò consegue, stortura dopo stortura, bruttezza per bruttezza, nella fisiologica proiezione geometrica in cui solitamente si moltiplica il brutto rispetto al bello che è fenomeno raro e irriproducibile, la necessità, per seguire la tendenza di essere giusti fino in fondo, di non marginalizzare il genere femminile negli aggettivi, e fatto trenta che si faccia trentuno.
Pertanto, sul “Cari tutti e care tutte” il problema non sussiste per grazia ricevuta, mentre per le gentili ministre, per esempio, il problema c’è e per risolverlo degnamente, urge cambiare gentili Ministre in "gentile" Ministre e pazienza se l’aggettivo rigenerato (ultima moda dopo quella del riciclo) si ritrova al singolare, almeno che si salvi la coerenza!
In ogni manifesto, in ciascun discorso, nei dispositivi di legge e loro affini, in qualunque lettera, messaggio, sms, informazione, comunicato, volantino, post-it, bigliettino e ancorché nei pizzini, e in qualunque mezzo cartaceo o virtuale adatto a contenere parole e rivolto a soggetti il cui numero sia maggiore di 1, ovvero il Sociale (con la S maiuscola ad intendere una struttura concettuale significante qualunque individuo umano maggiore di 1 raggruppato in una forma vicina o distante e anche in assenza di forma stabile purché diversa dall’individuale, e trasversalmente e alternativamente al complesso delle caratteristiche ammesse quali la cittadinanza, il genere, la religione, la lingua, il credo politico, e, soprattutto, a prescindere da ogni altra caratteristica soggettiva quale, ma solo a titolo esemplificativo, l’abitudine o meno a fare colazione) e così pure relativamente al contenuto dei soprannominati mezzi e pertanto nell’annuncio, nell’appello, nella preghiera, nell’intimazione e, ancorché raramente, nell’insulto, si ricorre alla differenza di genere definita sulla base dell’apparato sessuale che, come noto, articola il genere umano in due classi distinte e la cui complementarietà e differenza è utile solo a fini riproduttivi.
In buona sostanza il disagio mi sovviene dalla debole comprensione del nesso logico sotteso alla relazione tra apparato sessuale e organizzazione sociale e la presunta necessità, nel rivolgersi al sociale (secondo le declinazioni di cui al precedente e straripante paragrafo), di tenere conto della differenza dell'apparato medesimo che invero nulla racconta dell’identità sociale, concetto recente e per alcuni versi ancora poco studiato, in cui di volta in volta ricadono le trasversalità o le non differenze, gli aspetti comuni che rendono un individuo parte del Sociale, raggruppate da un interesse o da una finalità comune (per esempio la comunanza di essere lavoratore e di raggrupparsi insieme ad altri lavoratori a prescindere dalle altre “non differenze” o aspetti comuni ammessi al Sociale medesimo quali, per esempio, la religione o il tipo di spazzolino).
Se il Sociale nell’affermazione di sé (un sociale con forti connotazioni egoiche diremmo definendo, nostro malgrado, un paradosso) si dichiara nel “siamo tutti lavoratori”, il fatto che nella categoria “lavoratori” aggregata nello specificativo “tutti” ci siano due classi di apparato sessuale conta come il fatto che quello stesso gruppo sia formato da fascisti e da comunisti, da mussulmani o da cattolici, da chi usa il bidè e da chi, per tradizione ne può anche fare a meno.
In sintesi la domanda è: che c’entrano gli apparati sessuali delle lavoratrici e dei lavoratori con i diritti del lavoro?
E soprattutto cosa c’entra il linguaggio, unica vittima strattonata di qui e di là ad adattarsi alle sempre emergenti urgenze di comprendere le donne (nei discorsi e nelle decisioni e perché il comprendere (riunificare, non separare, assumere, accogliere) sia formalmente esatto, si realizza la disarticolazione della lingua nella sistematica e ossessiva differenziazione che di volta in volta si rende necessaria.
E, aggiungo poi, per gli altri? dico i gay, i trans, le lesbiche, chi ancora non lo sa e ci sta ancora pensando, come faremo a tenerne conto? Se non ne teniamo conto non esisteranno!!! E giù altra ingiustizia, altro che diritti di cittadinanza, qui si creano ben altri problemi come direbbe Stefan Trofimovic in preda ad un'insana agitazione (Dostowiesky Fedor, I Demoni).
Bene, allegramente affrontiamo, per l'intanto, il MondoNuovo (come emigranti in terra straniera) del neologismo di genere, nella scoperta che c’è il giudice e la giudicia, l’ingegnere e l’ingegnera e che di colpo, con un semplice e innocente mutamento di finale, tutta la forma rende giustizia alla mancanza di sostanza, grazie alla parola.
E in principio fu il verbo.
Bene.
Mi sento un po’ meglio.
Mi chiedo, tuttavia, se non si poteva pensare ad una soluzione più semplice, più pratica.
Invece di differenziare il linguaggio nelle due declinazioni, non si poteva neutralizzarlo?
Se una stortura va compiuta, invece di operarla per addizione (aggiungere una “o” oppure una “a” a seconda del genere escludendo comunque altre ampie categorie) non si poteva operare per sottrazione eliminando tutte le finali?
Verrebbe così:
car tutt, car bambin, gentil giudic, eminetissim cittadin,
Terribile è la fatica della forma, tuttavia, tutti, tutte, tuttx, tutty,.... tutt(n) nessuno escluso (perchè un altro mondo è davvero possibile, davvero, davvero) troverebbero il loro posto in un Sociale finalmente perfetto.
Oppure lanciamoci sui verbi che sono ancora un territorio politicamente inesplorato!
Un territorio di nicchia politica è sempre una fortuna!
I verbi, come sono? Come sono i verbi? Ve lo siete mai chiesto? Maschili o femminili?
L’agire dei verbi se ne frega e si fa incarnare dal soggetto, i verbi sono metagender, esseri superiori della sintassi umana.
Perfetto! Impariamo dai verbi e riscrivere i nostri gerghi, il nostro modo di pensare, perché rendere sessuato il Sociale rappresenta una perversione assoluta, come dice la mia amica Susanna (cfr. Rienzi, S., , Raccolta dei discorsi pronunciati nell'ottavo giorno, archivio n° 1/2007).
Infine avrei un'altra disquisizione sul meccanismo Sociale definito paradigma "della tensione fra coesione e finalità del gruppo - due realtà inconciliabili" (Mt@, letteratura a colori, Vol. II, 2007), ben applicabile ai piccoli gruppi dotati di leader umano (e quindi non ancora eteronomizzati).
Eh si, il potere viene dappertutto, come diceva il mio caro amico Foucault, e si sposta per istinti gregarizzanti (aspetto che nei Neanderthal si vedeva benissimo). Quanto era bravo!! Peccato che sia morto!
Ve ne scriverò appena possibile, siatene certi.
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